allora, prendiamo one vision dei queen, traccia 1 dell’album a kind of magic (1986) oppure traccia 17 del greatest hits II (1991). si differenziano penso solo per il mixaggio: a noi interessa la parte iniziale di chitarra che è uguale in entrambe le versioni. comunque intro di roba varia con voce sintetizzata simil demoniaca che ad un certo punto dice chiaramente “cosa c’èeeeee”. poi parte la chitarra di brian may, la parte che ci interessa, con un flanger sopra. ecco, questo è il punto: il suono che fa quando (in palm mute? oppure tendendo ferme le corde con la mano sinistra) stecca le corde sul battere del terzo movimento (penso sia in quattro quarti) delle prime tre battute. da ascoltare e riascoltare e riascoltare (solo quelle tre, quattro battute, tutto il resto non serve).
da domani volevo promuovere l’uso del futuro o del condizionale semplici al posto dell’imperfetto.
naturalmente dopo la lettura di un lemma a caso della treccani, dopo aver fatto un centinaio di flessioni, un centinaio di addominali, un’ora di corsa , dopo aver bevuto un litro di tisana a base di fiori di camomilla, coltivata e raccolta nel campo qui a fianco, e foglie di skunk, coltivata a harleem nei paesi bassi, dal mio amico tampei e dopo aver visto le repliche delle puntate dei CHiPs.
il suo bacio sapeva di caffè e cioccolato. era uno studente che avevo conosciuto al corso di morale del professor schnitlzer a frisinca: lui sedeva di fianco a me e copiava i miei appunti. quando me ne accorsi lo guardai severo, come a dirgli “ma che fai? pigliateli da te.” ma lui mi sorrise e mi disse “mica te li rubo!”. non potei che ridere anche io del mio rigore. all’uscita mi volle pagare il pranzo “così, per sdebitarmi” mi disse affabile. andammo da ludwing, l’oste che mesceva birra e offriva wurstel a poco prezzo per gli studenti. bevemmo un paio di birre a testa, parlammo molto, si chiamava hans, aveva vent’anni, era stato in guerra come me, a scavare trincee. ed era bello. bellissimo. non ricordo come ci trovammo a casa sua, fece un caffè e mi offrì una cioccolata alle nocciole. versò il caffè, ne bevve un sorso mangiando un pezzo di cioccolato, poi si alzò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. il suo bacio sapeva di caffè e cioccolato. chiusi gli occhi e lo lasciai fare, era morbido e sincero. mi portò nella stanza a fianco, dove c’era un vecchio letto in legno, corto ricordo, perché quando mi buttai sopra ci sbattei la testa. ridemmo come due ragazzini. e poi facemmo l’amore.
non lo vidi mai più. l’anno seguente fui ordinato sacerdote e poi iniziai a insegnare. il resto della storia che m’ha portato fino a roma non serve lo racconti.
questa mattina è giunta una busta con scritto solo “per joseph”, con una calligrafia incerta ma ordinata. il messo m’ha domandato “vuole che la apra io?” gli ho detto “no, lasci pure a me”. dopo averlo congedato l’ho aperta, ho letto subito la firma in basso, hans, e quasi piangevo. era una lunga lettera, mi raccontava la sua vita, tutta, disgraziata. mi ringraziava per quel poco d’amore che gli avevo regalato quel giorno a frisinca e si congratulava per la mia elezione.
in questi anni ho pensato spesso ad hans, al sapore di cioccolato e caffè. e all’amore di quel pomeriggio. il più bello della mia vita.
ho deciso che da domani, ogni giorno appena sveglio, dopo la lettura di un lemma a caso della treccani, dopo aver fatto un centinaio di flessioni, un centinaio di addominali, un’ora di corsa , dopo aver bevuto un litro di tisana a base di fiori di camomilla, coltivata e raccolta nel campo qui a fianco, e foglie di skunk, coltivata a harleem nei paesi bassi, dal mio amico tampei, vedrò le repliche delle puntate dei CHiPs. perché devo imparare lo stile di poncherello.
salvifica stoltezza
what’s the weather like?